13 domande a… Andrea De Rossi

Andrea De Rossi

Andrea De Rossi vive ad Albano Laziale da quando vi è nato, il 4 febbraio 1967. Per vivere lavora. Per coltivare sogni scrive. Nel maggio 2009 ha pubblicato per Lampi di Stampa “Una vita perfetta”, nel settembre 2010 per Ibiskos Editrice Risolo “In dodici ore circa”, sempre nel 2010 il racconto “E venne il giorno” nella raccolta “Racconti di Frontiera” pubblicata da Laboratorio Gutenberg e nel 2016 in formato digitale “Sette volte l’amore”. Gestisce, inoltre, il blog di attualità e cultura “L’albanense irriverente” (http://albanocalling.blogspot.it/).

1. Cosa ti ha spinto a scrivere?
Sinceramente non ho una risposta a questa domanda: dovrei dire “l’ho sempre fatto”. C’è stato comunque uno spartiacque fra le mia scrittura privata e quella che poi è divenuta, diciamo così, pubblica: a fine anno 2006 iniziai a frequentare un posto dove si faceva musica dal vivo, dove conobbi artisti di vario genere e anche scrittori… lì, credo, scattò la molla che mi portò a scrivere il mio primo romanzo “Una vita perfetta” ed a pubblicarlo alla metà 2009.

2. Qual è stata la reazione dei tuoi conoscenti?
Furono sorpresi, senza dubbio. Le persone a me più vicine sapevano di questo mio hobby, ma non credo avrebbero mai immaginato che avessi potuto arrivare a pubblicare… non ci credevo nemmeno io, per la verità…

3. Qual è stata la reazione dei tuoi familiari?
Beh, non dimenticherò mai l’espressione stupita di mia madre né, tanto meno, le lacrime di gioia di mia sorella (mio padre ebbe solo un lieve accenno di interesse alla cosa, ma fu tipico del suo modo di essere).

4. Ci sono scrittori disciplinati, metodici, che stilano scalette e rimettono le mani mille volte sui loro lavori; e altri che scrivono d’istinto frase dopo frase fino a comporre un romanzo. Tu che tipo di scrittore sei?
Direi che sono uno scrittore istintivo che poi rivede mille volte il lavoro prima di considerarlo un minimo accettabile, anche se dedico molto tempo sull’idea prima di editare la prima frase. Ad esempio, ho un lavoro in corso da cinque anni di cui ho scritto la metà di getto in sei mesi e di cui sono due anni che non scrivo una riga, questo perché l’idea iniziale ha avuto un ripensamento in corso d’opera e la storia non mi sembra più coerente con il pensiero originale.

5. Ci sono luoghi o ambienti in cui riesci a farlo meglio?
Scrivo a casa, nel tardo pomeriggio, ascoltando jazz e fumando molte sigarette… non credo riuscirei a farlo altrove.

6. Lavori tutti i giorni?
Non scrivo tutti i giorni, assolutamente. Sono sempre attivo nei miei pensieri su ciò che sto tentando di fare, si, ma scrivere no… lo faccio per brevi periodi molto intensi, ma poi posso stare molto tempo senza scrivere.

7. Credi di riuscire a giudicare il tuo lavoro quando è terminato?
Vorrei tanto riuscirci. La prima rilettura è molto deprimente, non mi soddisfa mai, poi, nel tempo, riesco a farmi un’idea più concreta di quanto fatto. Ma credo che un giudizio vero e proprio, asettico, professionale, scevro di emotività non riuscirò mai a darlo ai miei lavori. Mi ci affeziono, diventano parte di ciò che sono e di quello che esprimo.

8. Quando hai scritto il tuo primo libro?
Il mio primo lavoro che potesse definirsi un romanzo l’ho scritto a fine anno 2000, ma non mai provato a pubblicarlo. Era un lavoro molto autobiografico e sinceramente anche molto ingenuo, ma mi ha permesso di rendermi conto che forse potevo riuscire a scrivere se avessi dedicato il giusto tempo a questa attività.

9. Esiste un legame tra te e i personaggi dei tuoi libri o sono solo frutto della tua immaginazione?
No, assolutamente nessun legame. A volte uso foto di persone che trovo su riviste e giornali per descriverli fisicamente (specie quelli femminili), ma la loro identità e il loro approccio alla vicenda che tento di descrivere nascono e muoiono nella mia fantasia.

10. Qual è il tuo libro a cui ti senti più legato e perché?
Una vita perfetta. Perché è il primo e perché credo che sia il mio miglior lavoro sino ad oggi. Mi è venuto di getto su di un’idea che nacque in una magica notte trascorsa in un piccolo locale in Largo Argentina, quando uno sconosciuto avventore si mise a suonare un pianoforte a coda, sino a quel momento silente, incatenando tutti i presenti alla meravigliosa musica che usciva dalle sue dita che mi sembravano planare sui tasti di quello splendido esemplare di strumento. Non so perché associai le note che ascoltavo rapito a una ragazza che si muoveva su una sedia a rotelle che avevo incrociato in strada giorni addietro e che mi aveva colpito per la radiosità del suo viso e la storia che poi scrissi si palesò in quel momento nella mia testa, tanto che uscendo a notte inoltrata dal locale dissi alla ragazza che era con me che l’avrei scritta.

11. Il tuo ultimo lavoro?
Sette volte l’amore, sette storie scritte in forma di dialogo fra uomo e donna che tentano di mostrare vari aspetti di quello che viene definito “amore”. Ho provato la pubblicazione in formato digitale e-book ma è stata una delusione, la casa editrice ha chiuso subito e così il lavoro non è stato acquistabile, tanto che l’ho riproposto integralmente in forma gratuita sul mio blog e questo mi ha dato molta soddisfazione, in quanto puoi avere un dato di quanti hanno letto ciò che pubblichi.

12. Ci consigli un libro che non hai scritto tu?
Tropico del cancro, di H. Miller… per me il migliore mai scritto.

13. Il tuo prossimo lavoro o quello su cui stai già lavorando?
Come ho detto precedentemente ho un lavoro in corso da cinque anni di cui, per il momento, non vedo una fine certa. È un tentativo narrativo molto complesso, mi viene da dire a cerchi concentrici se questo possa mai avere un senso, e non ho idea se riuscirò mai a completarlo, ma di sicuro non lo mollerò facilmente. Per ora dedico molto tempo al mio blog, che mi da molte soddisfazioni in termini di lettori e apprezzamenti e per il quale ho in mente progetti di sviluppo (ho aperto anche una pagina culturale su facebook “Culture Club Albano Laziale” alla quale sto cercando di assoggettare un proposta che la identifichi). Per concludere, mi viene da dire “Tu intanto scrivi, qualcosa resterà”.

 

 

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